Edoardo Scapin

di Enrico Rossi

Ritratto di un “bamboo rod-maker” italiano

Ho conosciuto Edoardo Scapin nel 1997 dopo aver acquistato una sua “Precise” di 7’6” per coda # 5 presso un noto negozio bolognese di pesca a mosca. Negli anni precedenti, ero già passato da attrezzi in grafite molto veloci e performanti a canne dall’azione più dolce e progressiva, ed ormai mi sentivo pronto a cimentarmi con qualcosa di completamente diverso. Ma ai miei occhi di “profano” quella meravigliosa opera di artigianato – con i suoi ambrati listelli, gli scintillanti innesti in nickel silver, le raffinate legature in seta traslucida e le iscrizioni vergate a mano libera dal costruttore – appariva tanto densa di fascino quanto capace, per motivi del tutto irrazionali, di incutermi un certo timore reverenziale.

Per chiarire ogni dubbio circa il modo più corretto di utilizzare e prendermi cura della mia nuova canna decisi di contattare il rod-maker che l’aveva realizzata. A quell’incontro ne seguirono molti altri, e col passare del tempo il nostro rapporto si è trasformato in una vera e propria amicizia. Da allora non ho mai più impugnato una canna in carbonio, ed Edoardo è diventato il mio principale punto di riferimento nel misterioso ed affascinante mondo delle split cane fly-rods. Anche oggi che possiedo una discreta collezione di “legni” antichi e moderni, tra cui ben sei canne di Scapin, ogni volta che sulle sponde di un torrente passo la coda tra gli anelli di quella sette piedi e mezzo è come se compissi questo gesto per la prima volta, e forse non è un caso se proprio grazie a lei ho avuto la fortuna di catturare alcuni dei più belli esemplari della mia “carriera” alieutica. Peraltro, la “Precise” onora appieno il suo appellativo consentendo pose millimetriche dell’artificiale, e da il meglio di sé negli ambienti in cui l’accuratezza della presentazione riesce davvero a fare la differenza. Al giorno d’oggi, per chi fosse interessato ad apprendere i primi rudimenti dell’arte del rod-making è relativamente facile acquisire via Internet le stesse informazioni che fino a qualche anno or sono venivano gelosamente custodite da un ristretto novero di iniziati. Altrettanto agevole, grazie ai club di appassionati, è entrare in contatto con costruttori esperti per farsi guidare nella complessa procedura di realizzazione di una canna in bambù. Ma nel 1989, quando iniziò Edoardo, tutto questo era ben al di là da venire, ed il nostro fu costretto a risolvere in proprio le mille difficoltà che incontrava lungo il suo apprendistato. Alla luce degli splendidi risultati che è stato capace di conseguire, sono convinto che egli per primo si possa considerare fortunato per essersi dovuto impadronire da completo autodidatta dello straordinario know-how tecnico di cui oggi può andare giustamente orgoglioso. Non è un caso, del resto, se anche alcuni tra i più celebrati rod-makers americani del secolo scorso, tra cui i grandissimi Lyle Dickerson ed Everett Garrison, hanno costruito la propria fama lavorando in perfetta solitudine.

Anche l’azione delle canne di Scapin è frutto del fecondo isolamento che ha caratterizzato i suoi esordi. A differenza di buona parte dei costruttori contemporanei, che si limitano a riprodurre i taper dei grandi capiscuola del passato, negli anni ’90 Edoardo ha elaborato una serie di prototipi assolutamente originali, sperimentandone personalmente l’efficacia in pesca prima di metterli in produzione. Oggi questi modelli costituiscono la line-up di un repertorio ricco e variegato, che annovera attrezzi di lunghezza compresa tra i 6’0’’ e gli 8’6’’ per code dalla 3 alla 6. Sono taper bilanciati, gradevoli e in grado di far fronte a qualsiasi situazione di pesca alla trota e al temolo, dagli ampi corsi di fondovalle ai piccoli ruscelli d’alta quota, dalle impetuose acque dei torrenti alpini alle placide correnti dei chalk-stream.

Sotto il profilo stilistico, Edoardo non si è mai sentito attratto dalla produzione di case europee come Hardy o Pezon & Michel. La fonte della sua ispirazione va ricondotta nell’alveo della tradizione d’oltreoceano, e segnatamente della leggendaria “Catskill school of rod-making”, l’inesauribile fucina di talenti che per oltre un secolo, grazie all’opera di maestri come Hiram Leonard, Jim Payne, Tom Maxwell e Walt Carpenter, ha scritto pagine memorabili della storia del nostro sport, elevando a livelli assolutamente eccelsi gli standard qualitativi delle fly-rods in bambù. Avendo vissuto per alcuni anni negli Stati Uniti, ho avuto la possibilità di acquistare diverse canne di questi grandi costruttori, nonché di visionare e mettere alla prova i manufatti realizzati dai loro epigoni contemporanei. Dati alla mano, posso garantirvi che le canne di Scapin escono a testa alta da qualsiasi confronto, non avendo assolutamente nulla da invidiare per prestazioni e pregio estetico alle creazioni dei più blasonati rod-makers a stelle e strisce.

Ma da inguaribile perfezionista, Edoardo non si limita a costruire fly-rods di grande piacevolezza ed elevata resa funzionale: grazie al suo buon gusto ed alla sua creatività ha saputo valicare anche l’impercettibile confine che separa l’artigianato dalla vera e propria arte. Per rendersene conto basta ammirare la sobria ricercatezza ed il sublime livello delle rifiniture che da anni pongono le sue canne ad un livello estetico nettamente superiore a gran parte della concorrenza. Dalla qualità delle materie prime e degli accessori, al raffinato understatement delle scelte cromatiche e dei dettagli costruttivi, le sue creazioni trasudano qualità ed eleganza da tutti i pori. Per esaminare le caratteristiche di tutti i modelli proposti dal rod-maker padovano non basterebbe certamente lo spazio di un articolo, in questa sede mi limiterò quindi a passare in rassegna quelle che, a mio giudizio, risultano essere le canne più rappresentative del suo repertorio.

Serie “G.K.E.-M.”

Questa serie, che già all’inizio degli anni ’90 lo aveva fatto conoscere anche al di là della ristretta cerchia degli appassionati italiani, comprende un formidabile trittico di canne di sette piedi che Scapin, sulla base delle esigenze del committente, può indifferentemente realizzare in due o tre pezzi. La versione più leggera della “G.K.E.-M.” è tarata per sostenere code del 2 o del 3. Pur essendo capace di performance insospettabili per un attrezzo di simili caratteristiche, è sicuramente preferibile impiegarla in ambienti che non richiedano distanze di lancio eccessive né catture oversise, per scongiurare il rischio di dover infliggere al pesce l’inutile supplizio di un combattimento troppo prolungato. Il secondo modello della serie, la 7’0’’ # 4, nasce per la pesca a secca nei torrenti e nelle risorgive di medie dimensioni. Si tratta di una delle configurazioni più classiche per il bambù, da sempre molto amata sia dai costruttori – che nei decenni passati hanno elaborato decine di taper di questa lunghezza e potenza, basti citare veri e propri archetipi come Leonard “38”, la Payne “98” o la Dickerson “7012” – che dagli appassionati, ivi inclusi diversi pescatori che, pur utilizzando prevalentemente attrezzi in grafite, nelle “occasioni speciali” non rinunciano al piacere di sfoderare la propria 7’0’’ # 4. In ordine di tempo, questa è l’ultima canna che Edoardo mi ha costruito. E’ un progetto nato lo scorso anno al rientro da una vacanza di pesca durante la quale esplorai alcuni corsi d’acqua “minori” della vicina Slovenia, luoghi solitamente trascurati da chi si reca oltre confine al solo scopo di catturare grandi pesci in grandi fiumi. Nel giugno di quest’anno, ho avuto la soddisfazione di tornarci con uno strumento studiato appositamente per simili ambienti, e un paio di uscite sono state sufficienti a restare vittima del sottile fascino di una canna capace di effettuare pose estremamente precise e delicate alle medie distanze, così come, ove necessario, di estendere considerevolmente il raggio di azione per coprire le zone più aperte del torrente o per evitare di avvicinarsi troppo alle aree di caccia più promettenti. La terza versione della “G.K.E.-M.” è la 7’0’’ # 5, un’ottima soluzione per chi desidera un attrezzo corto e leggero ma al contempo dotato della potenza necessaria ad affrontare ambienti che in termini di catture possono anche riservare piacevoli sorprese. Possiedo questa canna dal 2001 nella raffinata versione “doubleface”, una lavorazione che prevede l’alternarsi, tra i sei listelli a sezione triangolare che una volta incollati vengono a formare il grezzo, di un segmento chiaro e di uno scuro. Ancora una volta Edoardo ha saputo superarsi, replicando il gioco di chiaroscuri anche nel porta-mulinello, un vero e proprio gioiello di ebanisteria contraddistinto da elaborati intarsi di legni policromi. In pesca, questa scattante e versatile sette piedi consente di raggiungere distanze di tutto rispetto senza il benchè minimo sforzo, mettendo in mostra un’azione medio-veloce piacevole e divertente. Anche ad avviso del suo costruttore, l’immediatezza e la facilità di utilizzo di questa canna ne fa un ottimo punto di partenza per tuti coloro che si avvicinano per la prima volta al bambù.

Serie “Performer”

E’ composta da tre modelli di otto piedi per code 4, 5 e 6 ai quali si vanno ad aggiungere alcune interessanti “variazioni sul tema”, tra le quali la potentissima 7’6’’ # 6, le cui incredibili prestazioni di lancio evocano i fasti di taper leggendari come la “Martha Marie” di P.H. Young. La versione più leggera della serie “Performer”, la 8’0’’ # 4, è particolarmente indicata per la pesca al temolo in acque piatte. Nella primavera del 1999, alla vigilia di una trasferta sull’Unec, chiesi ad Edoardo quale  fosse, a suo avviso, lo strumento ideale per affrontare al meglio la sfida con i timallidi che popolano quella risorgiva. Invece di rispondermi, cominciò a rovistare in un groviglio di tubi per poi estrarne uno solo: quello che conteneva la sua 8’0’’ # 4 in due pezzi. Al ritorno mi fermai nuovamente a casa Scapin per restituire la canna al suo legittimo proprietario ed ordinarne una identica, con l’unica differenza che la mia avrebbe dovuto essere realizzata in tre pezzi, configurazione che solitamente preferisco per motivi di praticità nel trasporto. Nell’autunno dello stesso anno, dopo aver ritirato l’attrezzo ripetei nuovamente il tragitto alla volta dell’Unec, e da quel giorno il binomio tra il più celebre chalk-stream sloveno e la mia 8’0’’ # 4 è assolutamente inscindibile. Il secondo taper, tarato per lanciare una coda del 5, è una all-around fly rod da manuale. Se avete intenzione di acquistare una sola canna in bambù, ma ne volete una da usare spesso e volentieri su fiumi grandi, medi e piccoli, non pensateci due volte: è questo l’attrezzo che fa per voi. Non c’è nulla che non riesca a fare più che bene, e non crediate che mi stia riferendo alla sola pesca a mosca secca, in quanto la 8’0’’ # 5 è anche un’ottima canna da ninfa e non vi deluderà nemmeno se le chiedete di lanciare uno streamer, cosa che si addice benissimo soprattutto alla terza ed ultima versione della serie “Performer”: la 8’0’’ # 6, di cui esiste anche una versione “potenziata” di 8 piedi e 3 pollici di lunghezza.

Ma fermiamoci un attimo a parlare di quest’ultimo modello, denominato “New Zealand” in quanto il primo esemplare venne concepito su richiesta di un cliente che, in vista di una trasvolata agli antipodi, chiese a Edoardo di costruirgli un attrezzo in grado di dar filo da torcere alle brown e rainbow che popolano le trasparenti acque del Paese dei Kiwi. Alla luce delle sue eccezionali performance, quello che doveva essere solo uno dei tanti custom orders realizzati per soddisfare le esigenze di un singolo appassionato, divenne uno dei punti fermi del repertorio di Scapin. E fu così che nel 2002, pur non avendo in programma viaggi in destinazioni così esotiche, non mi feci scappare l’occasione di farmi costruire uno di questi “bazooka” (in una splendida versione “doubleface”) nell’auspicio che le marmorate slovene gradissero il pensiero alla stessa stregua delle loro lontane cugine neozelandesi. Mai scelta si sarebbe potuta rivelare più indovinata, perché da oltre un lustro la 8’3’’ # 6 è diventata la mia abituale compagna di “caccia” ai grossi esemplari del Soca e dell’Idrijca.

Al termine di questo lungo excursus nel repertorio di Scapin, devo confessare che anch’io sono stato responsabile del concepimento di uno dei suoi modelli più riusciti. Lasciate che vi racconti quest’ultimo episodio. Nel marzo del 1999, trovandomi a Londra feci visita al celebre negozio “Farlow’s” dove acquistai una copia di “Fishing Bamboo” , il libro appena pubblicato dallo scrittore americano John Gierach sull’argomento oggetto di questo articolo. Nel suo volume Gierach svolgeva alcune interessanti riflessioni sull’utilizzo delle canne in bambù. Un passaggio in particolare mi colpì profondamente: quello in cui l’autore ricordava che nell’era precedente all’avvento della fibra di vetro e del carbonio, quando tutti pescavano con il bambù, le canne più vendute erano le 8’6’’ per coda 5. Per quale motivo, allora, quando ai nostri giorni si parla di bambù ci si riferisce quasi esclusivamente a “stuzzicadenti” di sette piedi o poco più? Tutto ciò è assurdo – concludeva Gierach – perché se da un lato tali strumenti sono ideali per affrontare i torrenti, è assurdo impiegarli anche in fiumi ampi, profondi e popolati da grossi salmonidi. Trovando ragionevoli e convincenti le argomentazioni dello scrittore americano, alla prima occasione utile le esposi a Scapin, il quale, peraltro, all’epoca era un convinto sostenitore proprio delle famigerate “midge rods” che Gierach aveva messo alla berlina nel suo libro. Edoardo acconsentì a modificare il taper della sua 8’0’’ # 5, e pochi mesi dopo mi consegnò una fiammante “Performer Special Taper” di 8’6’’ per coda # 5. Non voglio spingermi ad affermare che questa sia in assoluto la canna migliore della mia piccola collezione, ma sta di fatto che grazie alla sua azione fluida e progressiva ed alla sua versatilità, negli ultimi dieci anni è quella che ho utilizzato più spesso e credo che sia destinata a mantenere tale primato anche in avvenire. Alla fine, anche Edoardo si è convinto che il vecchio John Gierach non aveva tutti i torti, ed ha inserito in catalogo la “Eight and Half”. Oggi questo modello è uno dei suoi best seller.

In un’epoca di aberrante omologazione dei consumi, in cui viviamo circondati da innumerevoli oggetti “Made in China” , suona quasi come una rivincita dedicarsi alla propria passione alieutica con attrezzi ricavati, grazie alla maestria di un artigiano italiano, dal fusto di una pianta (o per essere più precisi di un’erba, perché l’arundinaria amabilis appartiene alla famiglia delle graminacee) che per ironia della sorte germoglia proprio nel Paese dal quale proviene la paccottiglia che sta inondando le nostre vite.